Tempus Arcanus: oltre i confini del Sogno

Quasi celato nell’intimo recesso di remote assonanze, il tempo, la vita, il sogno, paiono svanire in un lungo e interminabile istante che si ripete all’infinito. Abisso di idee, pensieri e immagini che fluttuano nella regione antica dell’ignoto, luogo non luogo, in cui il Tempo, sublime incantatore, geniale ingannatore, scandisce le ore segrete dell’anima. L’arcana palingenesi dell’Essere si disperde in un attimo di incoscienza e narcotizzante non-realtà, illusoria sensazione che obnubila i sensi e distorce le percezioni che il Corpo Saturniano  (corpo fisico o involucro carneo) riceve, trattiene e analizza. Così, la percettività sensoriale viene alterata e ogni barlume di consapevolezza sembra dissolversi nell’oblio di un incantamento che produce il sonno della coscienza. Il sottile confine tra la veglia e il sonno, tra lo stato dormiente e la lucidità cosciente, pare interrompersi dando vita a una condizione di stasi energetica e di morte interiore. Anticamente il tempo veniva sacralizzato, ritualizzato e i suoi ritmi erano sanciti da una profonda spiritualità (da non confondere con il misticismo esasperato di matrice cattolica), da una concezione di eternità e di sapienza, che è andata perduta, almeno negli ambiti profani. Oggi, l’esasperante frenesia di un vivere futile contraddistinto da un vuoto interiore e dalla perdita di valori, sembra prevalere su quanto, un tempo, si celebrava con rispetto. Il divertimento fine a se stesso, lo sciupìo del proprio vissuto, segnano il decadimento di un’epoca poco etica. Le persone danno fondo a tutta la loro stupidità, gareggiano per ostentare atteggiamenti farseschi e  impersonali, frutto dell’apparire senza essere, triste pantomima che riflette l’inconsistenza dei tempi. 

Tempo lineare e tempo ciclico  La dottrina di Pitagora

All’interno della concezione pitagorica il tempo è preesistente e si ripete ciclicamente. Nell’ottica dei Pitagorici, infatti, si innestava il convincimento che l’origine dell’anima fosse divina. Proveniente da un Mondo Superiore, essa doveva espiare i peccati perpetrati nelle precedenti vite vissute. L’anima, imprigionata nella materia greve del corpo, si doveva purificare ed espurgare, allo scopo di esaurire il male commesso attraverso la metempsicosi, un ciclo di rinascite che si doveva perpetuare fino a quando la purificazione non veniva completata, liberando l’anima dal ciclo stesso. La dottrina concernente il ciclo universale e l’eterno ciclico divenire (il ritorno degli accadimenti), nelle fonti documentali, viene attribuita allo stesso Pitagora. Questo significa che non esistono ingerenze da parte di altre culture nella teoria del sommo sapiente. Tuttavia, Porfirio, nella Vita di Pitagora, parla di una tradizione remota che contempla nel suo sistema dottrinario i tre postulati principali della filosofia pitagorica. Il primo è connesso con l’immortalità dell’anima e con la sua trasmigrazione da un corpo a un altro. Il secondo asserisce che nel corso di determinati periodi si ripresentano avvenimenti già vissuti. Il terzo afferma che non esiste nulla di nuovo sotto il cielo e che le cose si ripetono ciclicamente. Nel pensiero Presocratico, il tempo è posto sotto l’egida dell’Eternità, della sostanza o materia primordiale che permane immutabile, nonostante mutino le modalità che la rivestono. Il termine volto a spiegare questa concezione è Physis (Natura). Essa rappresenta il principio da cui provengono e si sostanziano tutte le cose. Talete identifica la materia primigenia nell’elemento acqueo, mentre per Anassimandro è l’Infinito. Anassimene, invece, la pensa come elemento aereo (Aria) o soffio vitale. Eraclito, dal canto suo, la impersona nel Fuoco, elemento che conferisce la vita a ogni cosa e al contempo può distruggere tutto. Ora, la materia possiede una peculiarità ben definita, giacché non essendo mossa da una causa esterna - che risulterebbe costerna - racchiude in sé la medesima ragione del proprio movimento, del suo divenire. Il movimento, in ogni caso, comporta di per sé un prima e un poi, una successione temporale, in una parola. Da questa valutazione si evince che il tempo esiste eternamente, interagisce con la materia e con essa diviene per giungere assieme a un punto fisso dell’evoluzione. Si tratta del punto di partenza, che si ripete sempre uguale, e da cui ineluttabilmente e nuovamente si diparte lo stesso ciclo per l’eternità. Un rinnovato impulso connesso con la speculazione cosmogonica fu elaborato da Empedocle, il quale sostituì alla Sostanza unica dei Presocratici la molteplicità degli elementi originari o quattro elementi: Fuoco, Aria, Acqua e Terra. Elementi che non soggiacevano né a un inizio e tanto meno a una fine. Essi, secondo il concetto espresso da Empedocle, erano in commistione tra loro in una sorta di interscambio ciclico eterno. La loro unità, da questo punto di vista, concretava l’unità dell’Essere. Alla stregua di Empedocle, Anassagora era convinto che nessuna cosa nasce o scaturisce dal niente, o perisce, nel senso che svanisce nel nulla. Tutto, insomma, è frutto di una composizione materiale preesistente. Ogni cosa, in pratica, viene riciclata dando vita a un nuovo materiale (Stefano Mayorca: Sulle Ali del Tempo,G.D.M. – 2010).

I Babilonesi, il Tempo e gli interpreti celesti

Nella concezione astronomica babilonese il tempo seguiva determinate regole e complessi calcoli, che tenevano conto sia dei differenti valori di ordine planetario, sia delle numerose coordinate celesti. Secondo i  Babilonesi, i pianeti rappresentavano gli interpreti, una sorta di intermediari che avevano il compito dì comunicare direttamente agli uomini il volere degli dei. L’osservazione di Giove, nello specifico, era di estrema importanza; infatti, secondo questo popolo il moto del pianeta in questione era collegato con il futuro del re. Mediante l’individuazione di 36 stelle (o costellazioni primarie), avevano dato vita a un sistema planetario e astrologico originale, elevando a rango maggiore le 12 costellazioni zodiacali scelte tra le 36 appena menzionate. Come per tutte le civiltà antiche, la Luna rivestiva grande valore, e veniva chiamata Sin. Questo spiega perché il calendario, che si basava sul periodo sinodico lunare, risultava estremamente complesso. Il principio dei mesi era determinato dall’apparizione della prima falce di Luna. In merito a tale computo, appare chiaro che dopo dodici lunazioni non era ancora trascorso un anno e all’incirca ogni tre anni, a causa di ciò, avanzava un mese. Per tale ragione, allo scopo di ripristinare la corrispondenza annuale con il periodo lunare, ogni tre o quattro anni i Babilonesi introducevano un intervallo di un mese. L’inserimento di tale periodo di tempo, in ogni caso, avveniva in maniera alquanto irregolare. A partire dal 747 a.C. le cose si regolarizzarono e il sovrano Nabu-Nasir decise di introdurre un ciclo periodico di 19 anni, caratterizzato dalla presenza di 7 mesi intercalari dislocati nel corso del periodo. Come accennato, l’astro notturno era tenuto in grande considerazione da questo popolo di sapienti e le eclissi lunari, in particolar modo, suscitavano profonde credenze di ordine ermetico. A Babilonia si pensava che le eclissi di Luna fossero provocate da sette esseri malvagi (7 = numero magico dalle valenze iniziatiche), e durante il loro manifestarsi veniva officiata una cerimonia volta ad intervenire magicamente su tale fenomeno. Il sacerdote si poneva di fronte a un altare e servendosi di particolari canti (formule magiche?) indirizzati alle forze della natura, provvedeva a mantenere costantemente acceso un fuoco (Fuoco Sacro). Le persone raccolte attorno al sacerdote piangevano e si coprivano la testa con le vesti fino al termine dell’eclissi.

Gli Inca e la cerimonia del Sole incatenato

Non è facile ricostruire i dettami dell’astronomia Inca dato che non esistono né codici né incisioni utili per estrapolare tale conoscenza. Le uniche fonti sono rappresentate dall’orientamento dei monumenti e dagli scritti pervenuti fino a noi dagli antichi cronisti che viaggiavano al seguito dei conquistatori spagnoli. Tra questi troviamo Garcilaso della Vega, che nella sua opera Commentarios reales, risalente al 1609, racconta di tre torri che sorgevano nella città di Cuzco destinate a usi astronomici. Infatti erano degli osservatori celesti. Questi servivano per traguardare i punti in cui sorgeva il Sole nei giorni degli equinozi e dei solstizi. Un altro cronista, Felipe Guamàn Poma de Ayala, invece, parla nei suoi resoconti di alcuni osservatori muniti di “finestre”, utilizzati dagli Inca per seguire il moto del Sole, in base al quale stabilivano le epoche maggiormente favorevoli per espletare i principali lavori agricoli. Il disco solare aveva un grande valore per la civiltà incaica, tanto che il loro sovrano era considerato Figlio del Sole. Riguardo al culto dedicato all’astro luminoso, è interessante riportare un aspetto davvero singolare ad esso collegato. Avendo notato che nell’odierna città di Quito, posizionata sull’equatore, nei giorni prossimi agli equinozi le colonne non producevano ombre, gli Inca si convinsero che ciò era dovuto al Sole, il quale si metteva seduto su quei luoghi, che per questo motivo erano considerati sacri. La cosa vi sembra ingenua? Solo un profano può pensarlo. Chi conosce le vibrazioni sottili dell’ombra e della Luce sa cosa significa… Gli sciamani del Messico, quando si trovano in un luogo di potere e devono sedersi su qualche roccia, si assicurano che sia ben illuminata, perché nell’ombra possono celarsi eventuali forze contrarie, correnti negative. In uno dei rituali officiati dai sapienti del popolo Inca nel giorno del solstizio invernale, (che nell’emisfero sud cade il 21 giugno), era stato escogitato un sistema per controllare il percorso del Sole. Temendo che il punto di levata dell’astro proseguisse verso nord (la cerimonia si svolgeva nell’emisfero sud), tramite una catena d’oro (metallo solare), il sacerdote del Sole tentava di ancorarlo a una roccia, opportunamente predisposta, detta l’Intihuatana(ormeggio del Sole). Una di queste rocce è tuttora visibile  nelle antiche vestigia di Machu Picchu, la celebre città fortificata. Qui era stato edificato il più importante osservatorio incaico chiamato Torreon, o Torrione. Grazie ad esso era possibile osservare il punto di levata del Sole nel giorno del solstizio invernale e allo stesso tempo il punto di levata delle Pleiadi, la cui levata eliaca (termine astronomico volto a indicare un astro che sorge e tramonta rispettivamente prima o dopo il Sole), lo annunciava avvenendo 10-15 giorni prima del solstizio invernale.

L’antico Egitto e i cicli nilensi del Tempo

Nella misteriosa terra d’Egitto, l’anno era diviso in tre stagioni: inondazione del Nilo, emersione delle terre, mietitura. La loro durata complessiva si ripartiva in 4 mesi, 30 giorni e 24 ore. Gli Egizi erano anche dei valenti architetti le cui opere immortali sono tuttora insuperate. La sapiente maestria, la precisione e le profonde conoscenze che sono alla base di tale sapere, le possiamo ammirare ancora oggi. Pensiamo alla monumentale Piramide di Cheope. La precisione degli angoli allineati con i punti cardinali e dei corridoi interni posizionati in corrispondenza delle stelle, fanno di questo gigante un perfetto esempio di architettura e di cognizioni astronomiche. A quanto pare, i corridoi in questione erano orientati verso Thuban, la stella più luminosa del Drago e verso la stella Alnilam, nella costellazione di Orione. Sul piano simbolico Orione incarnava il dio solare Osiride (che era anche Signore dell’oltretomba) e i collegamenti con Sirio alludevano, sempre simbolicamente, alla dea Iside, sua sposa. Tra le altre cose, la Piramide di Cheope risulta inclinata in modo che la sua posizione venga a trovarsi parallela all’asse del mondo. Tutto ciò non è affatto casuale, ma fa capo a un Corpus Sapienziale di notevole spessore. I cicli temporali connessi con il sacro Nilo sacralizzavano il tempo e in essi era presente un simbolismo arcano i cui ritmi erano in sintonia con le sue acque. Dopo le alluvioni annuali, quando il Nilo si ritirava, tornando nel suo alveo, lasciava la terra fecondata che ben presto si ricopriva di verde. Allo stesso modo le piante maturavano in tempi brevi per morire altrettanto velocemente a causa del caldo torrido e rinascevano in seguito, dopo la successiva alluvione. Nei seguenti processi è ravvisabile il concetto di procreazione, vita, morte e rinascita. Le cose oggi non sono così diverse, perché il Nilo ha mantenute intatte le sue caratteristiche e i suoi cicli silenti che da un’era immemorabile seguono ancora il passaggio del tempo. Esiste un luogo sacro e sacrale, magico e unico, in cui mi reco per entrare in contatto con la mia parte più profonda. Qui, i segni, i simboli e la corrente energetica che in esso vibra e si manifesta, esprime l’impronta di un Sapere antico. Solo il vero iniziato è in grado di percepire il linguaggio arcano custodito nel suo cuore antico. Quando interagisco con le  sue energie sacrali che segnano il confine tra il consueto e l’inusuale, trascendo l’ordinario. Come sempre, prima di congedarmi e immergermi di nuovo nella quotidianità, abbraccio un albero secolare, lo stringo e un moto d’amore si sostanzia. Sento scorrere la vita nella sua anima legnosa e mi fondo con il suo essere magico. Il tempo si ferma e penso a quante cose questo gigante ha visto. Immemori sconvolgimenti, meteore infuocate che solcavano cieli remoti provenendo dagli spazi profondi e sconosciuti. Luci misteriose che squarciavano le notti buie di tanto tempo fa. Resto in silenzio e ascolto… Perché solo chi sa ascoltare può carpire il segreto della forza radiante, dell’energia primigenia che presiede alla vita. Tutto dispare e il mio spirito si espande assieme alla mia coscienza. Ora sono distante, lontano dalla corrente volgare e profana che inquina la mente e offusca l’animus che anela all’Assoluto. 
  

Stefano Mayorca