Fratello, dove sei?
Considerazioni di un ermetista sull’Amore
Per quanto tempo ho cercato la Luce? Non so più. Lontano, verso le regioni dell’ignoto mai noto, ho atteso silente un segno inconfondibile. Quando si è palesato, ho compreso che dovevo spogliarmi di ogni illusione, di tutte le false ambizioni e gli alibi, facili scappatoie per rifuggire il vero. Essere e non apparire, ecco, questa era la strada. Ma quando indifeso, privo di sovrastrutture, ho camminato nel mondo, ho visto in coloro che professavano l’abbattimento dell’ego un'ipocrisia che mi ha ferito profondamente, perché chi mi chiedeva di essere umile non lo era affatto. Così, colmo d’amore, ho seminato il bene del cuore e dell’animo e sono andato avanti nelle oscure regioni della solitudine. Il tempo, la morte nel cuore, i lunghi interminabili istanti di dolore, quasi insopportabili, sembravano non cessare mai. Ma avevo sempre un sorriso per tutti. Ho operato seriamente, lungamente, e non ho preteso nulla. Invece, chi fingeva amorevole sentimentalità e mite attesa, covava nel buio come la brace che arde celata tra la cenere. Aspettava. Chiedeva. Anche se non meritava di conoscere l’Arcano pretendeva con diabolica e machiavellica insistenza. Ecco, l’umiltà, la finta ragione che nasconde il demone dell’avidità, di chi si sente padrone del mondo e non è nemmeno in grado di dominare se stesso. Costoro che si fanno chiamare maestri e, anche se non lo fanno e fingono benevolenza, ardono di pretenziosità rivestita di modestia, si sentono superiori e non pensano che anche loro un giorno saranno restituiti alla nuda terra che ghermirà ogni vanagloria. Sono convinti di avere raggiunto il dominio di ogni debolezza, ma basta un dolce sorriso di isidea bellezza perché capitolino facendosi gabbare. È sufficiente che qualcuno li apostrofi con deferenza perché perdano il lume della ragione e il controllo, solleticati nella sciocca onnipotenza di un istante che già svanisce nella caducità di un barlume di vita. Ho creduto e credo in un ideale, e quelli che gridavano più forte, in nome di esso, erano i primi a mettersi in salvo nel momento del pericolo. Ho continuato a lottare solitario, disprezzando quei pavidi che pensavano di essere meglio degli altri, casta di re. Pochi mi hanno sostenuto e hanno la mia gratitudine. Ho cercato l’amore, quello vero, che non chiede nulla in cambio, ma a parte rare eccezioni, solo la menzogna è emersa dal mare di fango della fallace e fragile natura umana. Anche l’ultimo raggio di ermetica luce si è dissolto nella sconfinata notte che obnubila l’anima e impedisce di vedere la strada. Poi, lentamente, tutto si acquieta e la Luce pare ridestarsi dal letargo, dalla prigione di specchi lunari che rimandano la stessa immagine all’infinito. Non temo più le distese del deserto umano, vuoto paesaggio di promesse infrante. Non devo chiedere né aspettarmi nulla. Intorno a me, le persone da poco si sentono dèi che dispensano perle sapienziali, infarcite di retorica stantia ai poveri inconsapevoli uditori. Nutrite sono le fila di chi vuole curare le proprie frustrazioni a danno del prossimo, plagiando e mentendo per sentirsi importanti. Credo nell’essenzialità che riconduce al Divino, nell’ermetica cerca delle proprie radici, nella verità pur se scomoda. Credo nell’intima scintilla che arde nel cuore e mena al ritorno. Credo nel silenzio che coltiva il Genio. Credo nell’Invisibile che nutre e ristora. Sospinto dalla brezza leggera delle antiche incarnazioni, fardelli di vissuto dispersi nella nuova essenza, vado avanti e non mi volto indietro. Lunga e ascosa è la strada che conduce e riconduce alle radici del tempo, ore ignote custodite nell’utero remoto che sostanzia le materiche armonie dell’afflato primigenio. Quanta malvagità si è palesata nella forma di esseri che rivendicavano il Verbo, ma poi vomitavano fuoco e profanavano i Veri. Non sono riusciti a fermarmi però. Quanta viltà e meschina insipienza nel crogiolo dei giorni abbandonati, divorati da chi si nasconde. Quanti favoritismi in un cammino che non dovrebbe basarsi sul clientelismo ma sull’autentica predestinazione. Fratello, dove sei? Io non cerco più, seguo il mio amore che si è disperso con l’ultima lacrima, disciolta nel mare e giunta infine all’oceano come sposa novella, che all’acqua si ricongiunge. Ora sono un gabbiano e volo in alto, molto più in alto, molto più in alto…
Stefano Mayorca
Accademia Kremmerziana Romana "La Porta Ermetica"
Scritto apparso su Elixir, n° 8, Edizioni Rebis