Roma specchio d’Oriente
Riti magici, rituali d’iniziazione e
culti misterici nella Roma antica
Ombre, presenze di un tempo remoto sembrano palesarsi silenziose tra i muri, le pietre, le strade e i monumenti di Roma mentre percorro le antiche vestigia, mute testimoni di un’epoca lontana il cui fascino arcano è ancora presente e permea ogni angolo, dove i simboli segreti già si ridestano dal lungo sonno millenario per narrarci la loro storia. Simboli che parlano un linguaggio ormai muto, noto solo a chi sa ascoltare e inaccessibili al profano.
In questa dimensione senza tempo è possibile percepire gli echi di una Sapienza dimenticata che era il fulcro della Roma imperiale. Tale conoscenza, ignorata da chi è convinto che gli imperatori fossero dediti solo alla guerra e lontani da qualunque superstizione, verrà qui disvelata. Roma è stata da sempre il centro di raccolta di civiltà diverse, di culti oscuri e di riti segreti. Proprio nel cuore dell’Impero soffiava con forza il vento d’Oriente, apportatore di misteriose usanze e di curiose divinità che qui giungevano al seguito dei sapienti, dei sacerdoti e degli iniziati Egizi, Caldei, Babilonesi, Persiani. In sostanza, Roma costituiva la via d’accesso per il pensiero magico-cultuale proveniente da terre lontanissime, come l’India dei Veda e dei Bramini o la Persia degli astrologi e degli adoratori delle stelle. Un legame solido, a prima vista quasi invisibile, univa dunque Roma con L’Oriente. Un esempio è il matrimonio magico in cui l’atto sessuale assumeva valenze di ordine sacrale e rituale. Era praticato dai romani, soprattutto di alto lignaggio, ma ha origine da cerimonie praticate in India.
Dignitas matrimonii, il matrimonio come mistero
Prima di unirsi con il marito, la sposa doveva unirsi con il dio Tutinus, di origine priapica (da Priapo, divinità il cui culto era originario dell’Asia Minore), considerato anche come Genius domesticus o Lar familiari (il Lare familiare veniva considerato il nume tutelare della famiglia). Una volta entrata nella casa del coniuge, la giovane (nova nupta) accedeva al talamo nuziale solo dopo essersi seduta sul simulacro intifallico di quel dio, che simbolicamente la iniziava alla vita sessuale. In alcuni casi si pregava ritualmente, si invocavano gli dei, si sceglieva accuratamente una data propizia e poi ci si isolava. In questo caso, si possono individuare gli elementi sapienziali connessi con una scienza volta a creare le circostanze adatte che avrebbero consentito la nascita di un figlio maschio anziché di una figlia femmina, a seconda delle necessità. È interessante notare a riguardo, che a Roma il letto coniugale era chiamato lectus genialis, ovvero letto del genius. Il genio incarnava, a livello simbolico, la virtù procreatrice dell’uomo e il suo nome deriva dal verbo gigno, che vuol dire io genero. La fase dell’amplesso quindi celava complesse valenze di ordine magico che ritroviamo poi nel tantrismo sacro. Ma di questo parleremo in seguito. Nel contesto della famiglia, la donna sacralizzata assumeva il ruolo di custode del fuoco, incarnando così la natura di Vesta (Fiamma viva o Fuoco-Vita). L’uomo, invece, rappresentava la controparte maschile e prendeva il nome di Pater familias. Colei che vestiva i panni di Vesta aveva il compito di vegliare sul fuoco sacro, allo scopo di evitare che la fiamma si spegnesse e mantenesse la sua purezza originaria. Così la sposa, o Flaminica dialis, invocava la forza sacra del fuoco offrendo dei sacrifici. In tali usanze rinveniamo stralci di culti brahmanici espletati in India con valenze ancora più profonde e di ordine cosmico. La sposa, unita all’uomo dal sacramento chiamato Samskara, diveniva la dea della casa o grhadevata. In questo caso la giovane configura simbolicamente e magicamente sia il focolare (kunda) sia la Fiamma del sacrificio. Nell’unione degli opposti si celebravano così le nozze magiche (che ritroveremo a livello alchimico nella Roma del Medioevo), tra il principio maschile e quello femminile. In Grecia, gli elementi magici connessi al matrimonio sono riconducibili alla dea Aphrodite Teleia e lo sposalizio presentava elementi di tipo misterico. L’attributo con cui veniva chiamata Aphrodite (Teleia) deriva da telos, termine relativo all’iniziazione. L’atto procreatore racchiudeva in tal modo l’assunzione cosciente delle corrispondenze cosmiche del maschile e del femminile, unione tra il Cielo e la Terra, l’alto e il basso.
Il magico culto delle Vestali
Torniamo ora ai riti che si svolgevano a Roma. È interessante notare che il ruolo della sposa, quale custode del fuoco sacro, venne istituzionalizzato creando le Vestali, le sacre sacerdotesse votate al culto della dea Vesta. Si trattava di giovani fanciulle di rango patrizio, scelte nell’età tra i sei e i dieci anni, che venivano consacrate dal Pontefice massimo e che dovevano fare voto di castità. Il loro servizio durava trent’anni: dieci impiegati nell’apprendistato, dieci nell’esercizio delle funzioni sacerdotali e, infine, dieci nell’istruzione delle nuove Vestali. Il tempio che ospitava le sacre vergini era di forma circolare, l’unico con tale caratteristica esistente a Roma. Il suo aspetto non era casuale. Al contrario, in esso sono ravvisabili remote simbologie provenienti dall’India e legate all’antichissima religione vedica, che disponeva il fuoco nell’area sacra (quella destinata ai sacrifici) tenendo conto dei rapporti cosmologici. In tale contesto era di fondamentale importanza la presenza di tre fuochi (il numero 3 è legato anche alla Trimurti indiana e alla Trinità ermetica), due principali ed uno secondario. Il primo di quelli principali doveva essere acceso mediante lo sfregamento di un legno oppure veniva prelevato da un altro fuoco sacrificale: le sue erano le fiamme sacre per eccellenza. Il focolare o tempio circolare inoltre, rappresentava la Terra che secondo la dottrina filosofico-religiosa era rotonda. Il secondo fuoco principale, invece, era destinato alle offerte e il fumo che da questo sprigionava salendo in alto, verso il cielo, faceva giungere agli dei l’omaggio degli esseri umani. Così, lo splendido tempio di Vesta, non era altro che un gigantesco focolare, che attraverso la sua rotondità contrastava con gli altri edifici di culto a forma quadrata, dando vita a una contrapposizione tra Cielo e Terra. Possiamo dire in tal senso che quello di Vesta, più che un tempio era una casa sacra o ades sacra secondo la concezione dei romani, in perfetta osmosi con la filosofia religiosa indiana.
Ma torniamo ad occuparci delle Vestali, le custodi del fuoco sacro. Come abbiamo visto, il loro sacerdozio durava trent’anni, passati i quali avevano facoltà di lasciare il tempio e anche di sposarsi. Le sacerdotesse di Vesta vivevano nel cosiddetto Atrium Vestae, collocato accanto al tempio rotondo della dea nel Foro Romano, ma comunque avevano la possibilità di uscire e di rientrare in un tempo stabilito. La cerimonia d’iniziazione, che le consacrava alla dea, merita particolare attenzione visto che cela in sé particolari usanze. L’iniziazione ai misteri avveniva nell’Atrium. Qui si svolgeva l’inauguratio, la consacrazione della novizia che consisteva nel taglio sacro dei capelli, appesi in un secondo tempo ad un albero antichissimo (secondo Plinio quella pianta aveva almeno 500 anni). In seguito, la fanciulla indossava una veste candida simbolo della purità e dell’iniziazione. Dopo questa fase la vestale assumeva il nome di Amata, ed era pronta per mettersi al servizio della sacerdotessa più anziana, la Maxima. In quel luogo sacrale, dove ardeva il fuoco perenne, si conservavano anche degli oggetti sacri e arcani (pignora imperii), conosciuti solo dalle Vestali e dal loro capo spirituale, il Pontefice massimo. Si trattava con ogni probabilità dei Penati, Numi tutelari della casa e demoni custodi degli insediamenti umani, intimamente legati al culto del fuoco sacro di Vesta nel cui tempio avevano il proprio scomparto, il Penus. Oltre ai Penati vi era anche il Palladio, (scultura che raffigurava la dea Atena nell’atto di levare in alto lo scudo e la lancia). Gli oggetti cultuali in questione, sorvegliati dalle sacerdotesse vergini, furono salvati (così vuole la tradizione), da Enea durante l’incendio di Troia e portati nel Lazio. Le custodi di tali segreti godevano dei massimi onori e privilegi, ma il loro rigido servizio comportava rinunce e richiedeva la massima attenzione. Nel caso in cui la Vestale, a causa di una distrazione, provocava lo spegnimento del fuoco, veniva pubblicamente battuta a sangue con delle verghe. Infatti, un evento di tale portata rappresentava per lo Stato un presagio funesto. Nel caso in cui la fanciulla infrangeva il voto di castità, invece, era condannata senza pietà e sepolta viva. L’ordine delle Vestali, secondo la tradizione, fu istituito dal secondo re di Roma, Numa Pompilio, profondo conoscitore delle pratiche magico-religiose. Uno dei lavori più importanti espletati dalle Vestali era rappresentato dalla preparazione della mola salsa, un composto sacro utilizzato nel corso dei sacrifici. Uno degli ingredienti principali era il farro, cereale dalle valenze magiche che una volta abbrustolito sul fuoco sacro, veniva poi pestato nei mortai fino ad ottenere una sorta di farina. L’impasto della farina con acqua e sale era indispensabile durante i sacrifici. Il sacerdote addetto al rito sacrificale, infatti, si serviva della mola salsa per cospargere il capo della vittima prima della sua uccisione. È da ciò che deriva il termine immolare, volto a indicare le offerte sacrificali. Indispensabile era anche il ruolo che rivestivano le Vestali nella preparazione dei suffimina, profumi magici intimamente legati alla ritualità dei romani. Le fumigazioni rituali in effetti, racchiudevano un grande potere e venivano espletate in occasione di solenni ricorrenze. Il grande Ovidio, nel quarto libro della sua opera i Fasti, descrive la sua preparazione e gli elementi chiave che componevano i suffimina. Uno di questi era il sangue del cavallo d’ottobre e le ceneri dei feti, estratti dalle vacche gravide sacrificate in occasione dei Fordicidia, festa propiziatrice di fecondità. Le Vestali amalgamavano il sangue equino rappreso e le ceneri del feto, aggiungendovi pure baccelli di fave vuote. Ciascuno degli elementi menzionati possedeva particolari peculiarità magiche. Il sangue era legato alla fecondità e lo stesso dicasi per le ceneri del vitellino, mentre gli involucri delle fave tenevano lontani i temibili lemures, spiriti inferi o forme larvali che amavano cibarsi con questo legume.
La sacra processione di Iside a Roma.
Il culto isideo, ormai diffuso a Roma, contava parecchi adepti, anche non iniziati. Esisteva in tal senso un rito segreto, che è rinvenibile attraverso le parole di Lucio Apuleio nel suo “Asinus Aureus” (L’Asino d’Oro” o “le Metamorfosi”)ed uno pubblico, aperto anche ai cittadini romani, che si teneva il 5 marzo di ogni anno. In tale occasione si festeggiava il Navigum di Iside, solenne processione che si concludeva con la consacrazione di un simulacro che riproduceva la barca di Iside. La barca in travertino che si trova sopra la fontana, sita in piazza del Celio, testimonia l’antica usanza. È di nuovo Apuleio a descrivere la sacra cerimonia. Lo scrittore ci fa sapere che alla processione partecipava una folla immensa. Il corteo era composto da cittadini appartenenti a tutti i ceti, compresi schiavi e liberti (schiavi a cui era stato fatto dono della libertà). Qualcuno dei presenti indossava il costume da gladiatore, altri, al fine di onorare la dea, sfoggiavano i loro abiti più sfarzosi ed eleganti, composti tra l’altro da tessuti ricchi e preziosi, come la seta utilizzata per confezionare le tuniche. Tuttavia, vi erano anche coloro che vestivano in maniera volutamente trascurata, al fine di rendere nota la condizione di povertà in cui versavano. Alcune fanciulle dalle candide vesti recavano seco cestini di fiori odorosi, che in seguito gettavano lungo la strada con gesti ampi simili a quelli compiuti dai seminatori di grano nei campi. Uomini e donne sfilavano tenendo tra le mani fiaccole e candele accese, in segno di devozione nei confronti della Regina del firmamento. Il suono armonioso dei flauti si diffondeva nell’aria, mentre gli iniziati ai misteri isidei, i mysti, precedevano il corteo. Questi antichi sacerdoti-iniziati avevano il cranio rasato alla stregua dei monaci buddisti, le sacerdotesse invece indossavano delle tuniche trasparenti di velo bianco, che conferivano loro un fascino sensuale. Avanzavano lentamente, facendo tintinnare i sistri metallici, d’argento e d’oro. Il sistro era uno strumento musicale usato dagli Egizi nel culto di Iside. Esso era composto da verghette mobili, generalmente di metallo, incastrate in una lamina (anch’essa di metallo) e che, agitate, producevano un suono stridulo e acuto. I capelli profumatissimi delle sacerdotesse ondeggiavano, spargendo l’aroma delle essenze e dei profumi penetranti nell’aria. Ad un certo punto, sei uomini, dalle movenze solenni e ieratiche, sfilavano in fila indiana avvolti in delle tuniche di lino bianco mostrando ai presenti i segni della potenza divina. Il primo, il più giovane, teneva tra le mani una lucerna che aveva la forma di una piccola barca, al centro della quale brillava una vivida fiamma; il secondo portava un minuscolo altare (Ausilium), che simbolicamente rappresentava la potenza ausiliatrice della dea egizia; il terzo mostrava, invece, una palma guarnita d’oro e un caduceo (simbolo delle correnti astrali e degli opposti maschile e femmineo); seguiva il quarto, il quale muoveva il suo braccio sinistro e contemporaneamente apriva e chiudeva la mano, simboleggiando in tal modo la giustizia, che doveva essere lenta e riflessiva, lontana da qualunque impulso istintuale e dallo spirito di vendetta; gli ultimi due, infine, recavano rispettivamente un setaccio d’oro con un ramoscello d’alloro e un’anfora colma d’acqua, simbolo di purificazione. Oltre ai sei personaggi che abbiamo descritto, ve ne erano degli altri che portavano con loro degli oggetti particolari. Uno di questi era composto da una cesta di metallo lucente in cui si trovavano gli strumenti per il culto. L’altro, una teca in cui era racchiuso lo spirito della religione e i suoi sacri misteri, che solo uno sparuto gruppo di eletti aveva la possibilità di conoscere. Il sommo Apuleio offre del manufatto una minuziosa rappresentazione, affermando che esso era simile a un’urna d’oro rotonda, cesellata con splendide immagini, frutto della più alta espressione artistica dell’antico Egitto. Sul manico di discrete dimensioni era avvolto un serpente, legato alla religione isiaca, ed elemento attivo delle forze fluidiche-astrali. Il resto del gruppo portava miniature di barche di pregevole fattura: si trattava delle offerte votive che alludevano al viaggio intrapreso da Iside, la quale solcò i mari al fine di ritrovare Osiride. Una volta giunti nel luogo della sacra celebrazione (al Celio), il grande sacerdote pronunciava le formule di rito presso una barca di dimensioni più grandi rispetto alle altre, al cui interno erano custodite misteriose scritte in lingua egiziana, vergate su dei papiri. La cerimonia del navigum, che aveva scopi propiziatori per chi si apprestava a navigare, giungeva al culmine. I marinai, che tra la folla erano numerosi, chiedevano protezione alla dea contro i pericoli costituiti dalle tempeste, mentre i militari richiedevano il suo aiuto per sgominare i terribili pirati che infestavano i mari.
Questo, in sostanza, il senso di tale rituale che in realtà celava anche valenze di ordine esoterico molto profonde, connesse con l’oscuro mare astrale, che gli iniziati si accingevano ad esplorare. Infatti, solo padroneggiando le correnti della luce astrale era possibile per loro acquisire potere sulle maree magnetiche e dominare così ilgrande Serpente terrigeno o temibile Guardiano della Soglia, ravvisabile pure sotto le spoglie simboliche dell’Uroboros, il serpente che si morde la coda. L’Uroboros è il simbolo della manifestazione e del riassorbimento ciclico che culmina nell’unione sessuale con se stesso, immagine di autofecondazione permanente o partenogenesi, come indica la coda infilata in bocca. Si tratta, in poche parole, della perpetua trasmutazione della morte in vita, come attestano i denti aguzzi che iniettano il veleno nel suo stesso corpo. L’Uroboros non solo è il promotore della vita, ma anche della durata, non a caso ha creato il tempo, come la vita, da se stesso. Viene rappresentato spesso sotto forma di una catena avvolta a spire che raffigura la catena delle ore; determinando quindi il movimento degli astri, è senza dubbio la prima raffigurazione dello Zodiaco. Grande divinità cosmografica e geografica rappresenta la più antica imago mundi negro-africana (Il Dio Serpente), che con la sua lingua sinuosa unisce i contrari, le acque primordiali in mezzo alle quali fluttua il quadrato della Terra (quaternario ermetico-alchimico). Solo il “Sole”, lucente e fecondatore, potrà scacciare le tenebre dell’ignoranza, della profanità imperante che tenta di sovvertire il Sacro, il “Divino”, il “Dio” racchiuso in colui che ha superato le sue paure e ha vinto la corrente volgare, il risvegliato che ha travalicato il riflesso lunare ed ora si invola verso la “Luce”.
Stefano Mayorca