Philippus Theophrastus di Hohenheim:
Paracelso, il medico-mago
Tra coloro che hanno lasciato un’impronta indelebile del loro passaggio su questa Terra, illuminando con il loro sapere l’umanità assetata di verità profonde, va annoverata la figura di un personaggio imperituro, un sapiente illuminato: Paracelso. Philippus Theophrastus Bombastus di Hohenheim (1493-1541), divenuto celebre con lo pseudonimo di Paracelso, da lui stesso adottato all’età di diciotto anni. Il suo significato è riconducibile, Par che significa uguale a Celso, al medico e sapiente Auro Cornelio Celso. Paracelso nacque a Einsedieln (Zurigo) o Etzel, una contrada poco distante, il 10 novembre 1493. Seguendo le orme paterne intraprese la professione medica laureandosi all’Università di Basilea. Oltre a studiare medicina e filosofia si interessò alle scienze altre dedicandosi all’Alchimia, sotto la guida di Johannes Heidemberg, più noto come l’abate Tritemio (Giovanni Tritemio o Trithemius, 1462-1516), il famoso maestro autore della Steganographia, un testo pratico per l’evocazione degli Angeli. L’Abate lo iniziò allo studio dei metalli e sarà determinante per la sua formazione occultistica. Il monaco benedettino lo introdusse nel contesto magico-antico, un sistema di conoscenze misteriosofiche, conosciuto come Corpus Hermeticum. Questo raggruppava scritti di origine egizia, dei pitagorici, dei platonici e degli stoici risalenti al III secolo d.C. Fu importante per il giovane mago anche l’incontro con un certo Fugger, proprietario di numerose miniere e cave rocciose nel Tirolo. Il mecenate permise a Paracelso di studiare da vicino i metalli, approfondendo in questo modo la conoscenza del mondo minerale. Dalla fusione tra discipline così apparentemente distanti, scaturirono le premesse per la moderna Medicina Omeopatica della quale fu il precursore. Secondo l’iniziato, il simile va curato con il simile rispettando l’equilibrio universale e naturale. In base a tale assunto elaborò nuovi sistemi di cura, fondati sull’utilizzo terapeutico delle sostanze minerali e di altri prodotti naturali. La sua teoria contemplava una diretta corrispondenza tra il Macrocosmo (Universo) e il Microcosmo (Uomo). Questo gli consentì di scoprire l’esistenza del rapporto di causalità tra germi e malattie. Al sommo iniziato si deve anche la scoperta in campo chimico dell’etere solforico; isolò l’idrogeno e negò per primo che l’aria fosse un corpo semplice. Paracelso, autentico adepto della Grande Opera, era solito dire: “E chi dunque vorrà vedere e apprendere, dovrà cercare l’Arte, e solo allora risplenderà fulgido nella purezza del vero, dopo aver conosciuto la morte “. Il riferimento alla Nigredo alchimica e alla sua Fase al Nero è palese. In un suo scritto concernente la magia si legge: “La Magia ha il potere di esplorare e penetrare le cose che sono inaccessibili alla ragione umana. Perché la Magia è una grande saggezza segreta esattamente come la ragione è una grande follia pubblica”. La magia, secondo la visione di Paracelso, è ascesi spirituale che conduce alla vera Sapienza, ben attestata dalle parole del Papiro egizio di Nu, canto 116 (XV secolo a.C.): “Nulla sapevo, sono entrato, e ho veduto le cose segrete”. La magia è la massima sapienza, l’Arca luminosa del Verbo generatore. Affermava il mago: “Occorre, per studiare la Magia, decifrare e comprendere il libro della natura. Solo così è possibile penetrare il significato della vera scienza che si contrappone alla falsa scienza, che è quella delle apparenze e delle illusioni. Pensare e intellettualizzare sull’essenza della Verità non serve a nulla, in quanto bisogna sapere che vi sono due tipi di ragione: quella dell’uomo carnale e quella dello spirito; la prima argomenta, la seconda conosce” (De Generat. Homin.). Il risvegliato, come precisa il medico-mago, non è soggiogato dalle tante forme vaghe che oscurano la mente, anche se il viaggio al centro dell’autentica Conoscenza non è esente da pericoli. Nel suo Il Mistero del Fiore d’Oro, il saggio Lu-Tzu scriveva: “Se l’uomo riesce a vivere quest’Uno, egli vive; se lo perde, muore”, un pensiero che si sposa perfettamente con la concezione sapienziale espressa da Paracelso, divenuto ormai il mago e medico dell’anima e del corpo. La sua è la sintesi naturale ascrivibile nell’Assoluto, la Medicina Dei, la medicina di Dio, che non si insegna nelle università, capace di effetti strabilianti, come provano le sue straordinarie guarigioni. Tale era la sua abilità nell’intervenire a livello terapeutico, da fare insorgere invidie e rancori da parte degli altri medici, dei quali aveva un’opinione poco positiva, come dimostrano le sue asserzioni: “Avete completamente abbandonato il sentiero indicato dalla natura e costruito un sistema artificiale, che non serve a nulla se non ad ingannare il pubblico e depredare le tasche dei poveri. Voi avvelenate la gente e rovinate la salute altrui. Avete giurato di usare diligenza nell’arte vostra, ma come potreste farlo se non avete arte alcuna e se tutta la vostra millantata scienza non è che un’invenzione, atta a truffare e deludere?”. Il Doctor Aureus, così veniva chiamato Paracelso, rinveniva nella trasmuatazione dell’essere la trasformazione dell’uomo che vive, in antitesi all’uomo dormiente che non ha operato nessuna mutazione alchimica. La classe medica quindi era composta da dormienti, profani dediti solamente ad accumulare gloria e denaro, senza elevarsi e comprendere le vere origini dell’essere umano. Circa tale concezione insegnava ai suoi discepoli che: “Non vi è nulla di corporeo che non possieda un’anima nascosta in esso”. Il concetto rientra nell’ambito dell’Uno - o filosofia unitaria-ermetica - secondo la quale in ogni cosa animata o inanimata è presente una scintilla vitale, una porzione dell’energia divina. La medicina ermetica da lui promulgata si basava sulla convinzione che l’uomo vive in intima fusione con l’Universo e lo definiva il limus terrae, volendo indicare la sostanza prima che lo riveste. L’argilla che compone l’individuo contiene in sé tutti i sali e i minerali esistenti in natura, in particolare: ilSale (solubilità), lo Zolfo (combustione), il Mercurio (plasticità). Questi tre stati della materia costituiscono, secondo il pensiero paracelsiano, la sostanza di tutti gli esseri equilibrata nel misterioso Archeus o Liquor Vitae, rappresentante il potere formativo della natura. Esso separa i vari elementi e li riunisce organicamente nelle persone sane. L’Archeo è la forza vitale. Paracelso curava i malati somministrando loro gli elementi di cui erano carenti, allo scopo di riattivare il potere risanante della forza vitale. La teoria inerente la sua medicina si fonda su quattro enunciati essenziali: la Filosofia, intesa come la conoscenza del gran libro della Natura; l’Astronomia, ossia la conoscenza degli astri; l’Alchimia, alludente al potere divino insito nell’uomo; la virtù del medico che è l’assenza di venalità e di presunzione. La medicina del sapiente di Hohenheim si completa nel termine spagirico che configura l’arte di separare il puro dall’impuro, affinché una volta eliminate le scorie possa operare la virtù che rimane. Il grande medico esoterista proseguì per la sua strada con purezza di intenti e determinazione e continuò le sue cure che, del resto, avevano guarito un numero considerevole di sofferenti. Non seguì affatto l’esempio dei suoi colleghi, sempre pronti ad inginocchiarsi di fronte al potente di turno con l’intento di mendicare qualche favore. Egli non volle mai sottomettersi ad alcuno, fedele al suo motto: “Non sia di altri chi può esser di se stesso”. Nonostante la sua forza e integrità morale, Paracelso fu avversato in ogni modo e accusato di essere solo un fanatico millantatore. Dal canto suo, esasperato, risponderà senza risparmiare aspre critiche nei riguardi della classe medica: “La vostra arte non consiste nel curare il malato, ma nel carpire il favore dei ricchi, nell’imbrogliare il povero… Voi appartenete alla stirpe dei serpenti, e io non aspetto da voi altro che veleno. Voi non risparmiate il malato: come potrei aspettarmi che vogliate rispettare me, che sto intaccando le vostre entrate mettendo in pubblico le vostre pretese e la vostra ignoranza?”. Da vero iniziato colpì duramente un sistema che già allora era corrotto e fonte di soprusi. Un ambiente fatto di clientelismi, non dissimile da quello che oggi infesta la nostra società. In un’altra appassionata denuncia il medico aureo così tuonava: “Un medico dovrebbe esercitare la sua arte non già per il suo piacere, ma per l’amore del suo paziente; se pratica a suo proprio beneficio, un tale medico assomiglia a una volpe ed è ancor peggio di un comune omicida; perché mentre l’uomo può difendersi da un attacco omicida su di una strada maestra, non ha alcun mezzo per difendersi dall’assassino, che sotto le vesti di benefattore e protetto dalla legge, viene a rubare i suoi beni e a distruggere la sua vita”. Affermazioni che non necessitano di alcun commento. Il sommo alchimista era convinto che l’importanza della chimica a fini medici consistesse nella coincidenza fra Chimica e Alchimia. Chimica per il medico alchimista è ricerca sperimentale delle essenze di ogni sostanza, in cui è rinvenibile l’Archeus precedentemente menzionato; elemento che nell’ambito della filosofica neoplatonica, sorta in Alessandria (III - VI secolo), rappresentava lo spirito della vita o la sostanza primigenia emanata da Dio. Paracelso riuscì a dare un volto nuovo all’Alchimia, restituendole splendore e dignità. Approfondì il lavoro che per tutto il Medio Evo era stato portato avanti da insigni alchimisti e che rappresenta, a ragione, la summa di tutte le ricerche dell’epoca. Egli era fermamente convinto che l’uomo possedesse tre corpi corrispondenti (corpo fisico, anima e spirito): l’elementale o materiale, il sidereo o astrale e il corpo illuminato o scintilla di Dio. Quest’ultimo ricorda l’entità luminosa dei Manichei. Seguendo questa concezione, il corpo astrale viene dalle stelle ed è formato dagli strati sovrapposti all’anima nel corso della sua discesa attraverso le sfere planetarie. Supera le misure della natura, non può essere né legato né imprigionato, e può passare attraverso mura e pareti divisorie senza infrangere nulla. Paracelso pensava che il corpo fisico fosse morto, ma quello astrale, invece, animato è volatile. Si serviva di un magnete a scopo curativo, un genere di terapia ripresa successivamente da Mesmer. Si dice anche che fosse riuscito a scoprire la Pietra Filosofale. Il sommo iniziato ha lasciato in eredità numerose opere e tra queste undici trattati sull’origine, le cause, i segni e la cura delle singole malattie (1520); tre libri di chirurgia (1528); La grande chirurgia (1536); Paramirum (1562-75); Paragranum (1565). La prima edizione completa dei suoi scritti (con alcuni apocrifi) fu pubblicata in dodici volumi a Basilea, postuma, nel 1589-91. In questi testi si trovano, dal punto di vista delle scienze moderne, alcune accurate osservazioni cliniche e le testimonianze di alcune scoperte chimiche. Comprendere fino in fondo la complessa personalità di questo straordinario alchimista, medico e mago, è cosa non facile. Certo è che la sua capacità di penetrazione delle scienze naturali e magiche pone in rilievo un talento e una predisposizione fuori dal comune. Resta nota la sua abilità nel risanare un arto spezzato, servendosi di un simulacro di cera in cui era riprodotto l’arto stesso. La sua formazione ermetico-cabalistica spiega le difficoltà incontrate sul suo cammino. Paracelso, infatti, poneva come preambolo della sua ricerca scientifica una netta distinzione tra rivelazione divina e rivelazione naturale, asserendo che per quest’ultima ciascuno deve agire di propria iniziativa, attraverso l’osservazione diretta e la sperimentazione. Ancora oggi, il nome del Doctor Aureus suscita sentimenti contrastanti, ma il suo nome, in ogni caso, brilla rifulgente nel firmamento degli immortali iniziati, i senza tempo, coloro che hanno raggiunto la Sapienza Suprema.
Stefano Mayorca
Pubblicato in Il giornale dei misteri