L’Arte Ermetica della Cerimonia del Tè
Sen Rikyu, l’ultimo Maestro
Un crescente imbarbarimento delle antiche culture ha segnato l’instaurarsi di un regime massificante, accompagnato dal decadimento di quelle radici culturali e cultuali che un tempo guidavano l’umanità. Le civiltà del passato, fiorite in Oriente e trasmigrate anche in Occidente - faro che rischiarava l’oscurità, figlia dell’ignoranza - non espandono più la loro algida luce sulle tenebre di un pensiero ottenebrato dal consumismo e dalla mediocrità intellettiva che obnubila le coscienze. Le trappole di un condizionamento spirituale, mascherate da allettanti quanto infime promesse di benessere, minacciano la libertà di espressione dell’Uomo Storico che è celato in ciascun individuo progredito, rischiando di generare un popolo di automi, patetici cloni che non possiedono più una loro volontà e la capacità di discernere il vero dal falso. Le verità preconfezionate che vengono inculcate a forza di slogan e di messaggi subliminali rendono difficile affrancarsi da questa prigionia interiore. Tutto diviene estremamente complicato, e quando ci si convince di essersi scrollati di dosso una parte di quella propaganda intrisa di ipocrisia ecco che si scoprono nuove trappole, altrettanti trabocchetti. Simili a scatole cinesi, le interferenze dell’eminenza grigia che vuole plagiare la parte più esposta dell’immaginazione, genera visioni fantasmatiche che fagocitano le percezioni veritiere appena acquisite. La filosofia della purità e la visione del semplice sono state annientate dalle parole, milioni di parole vuote, prive di logica e di significato che hanno scardinato la forza del silenzio, il suono dell’infinito, la voce del divino che alberga nei cuori di chi crede, di chi spera, di chi opera… Non si odono più i Numi, tacciono le Sibille. Gli Dèi, spodestati dalla mediocrità di un pensiero profano, si sono ritirati nei regni di Luce. L’umanità è sull’orlo del baratro, ma è talmente narcotizzata da non rendersene conto. Così, coloro che vedono, i risvegliati, cercano di salvare l’antica sapienza la cui immagine rifulgente è presente in modi diversi e in forme infinite, in ogni parte della Terra. E’ lontano il tempo in cui la semplicità dei gesti, all’apparenza privi di elementi sacrali, custodivano in realtà un profondo insegnamento ermetico la cui complessità era pari alla facilità di esecuzione, frutto di una cultura e di un allenamento secolare. Stiamo parlando della raffinata e difficile arte della Cerimonia del Tè.
L’antico Rito del Tè
La Cerimonia del Tè, un antico rito giapponese, vede le sue origini perdersi nelle propaggini del tempo. La sua esecuzione era permeata da ancestrali armonie e il Tè del Maestro, in tal senso, anche sotto il profilo simbolico non rappresentava solamente l’offerta di una tonica bevanda, e tanto meno un passatempo per i nobili, i guerrieri aristocratici, i monaci e i ricchi mercanti, ma al contrario, questa pratica cerimoniale metteva in contatto il cerimoniere con lo spirito dei suoi antenati, con il grande archetipo e i maestri invisibili. In poche parole, era il mezzo di comunicazione con le regioni astrali, un ponte teso verso le dimensioni ignote, un viaggio nei territori inesplorati dell’inconscio. Una pratica in cui la capacità gestuale, il potere di concentrazione unito a una semplicità di movimenti quasi essenziale e l’eleganza del portamento decretavano l’instaurarsi di un clima magico, di una fusione con l’Assoluto.
Sen Rikyu, il Maestro dei maestri
La figura di Sen Rikyu è tra le più eminenti nell’ambito di questa antica disciplina. Considerato, a ragione, il più grande di tutti i maestri del tè, era circonfuso e permeato da un’ispirazione profonda che lo portò a ricercare in maniera intensa una strada pratica attraverso la quale rinvenire nel rito il senso delle proprie origini spirituali e cosmiche. La cerimonia diveniva in tal modo la massima espressione di un vissuto ermetico e la forma concreta di un rapporto armonioso con il respiro dell’Universo. Da quel momento, grazie a Rikyu, la Cerimonia del Tè diviene Arte, la ragione di vita di questo saggio che traeva ispirazione dalla Natura. Nel periodo in cui egli operava, le cose meno appariscenti, gli oggetti umili erano considerati importanti e ognuno di questi racchiudeva la vita. In una semplice tazza da tè, per esempio, era celato l’intero Universo. Nella filmografia giapponese troviamo un interessante lavoro dedicato a Sen Rikyu, dal titolo Morte di un Maestro del tè, datato 1989. Il regista del film, Kulai Kei, vinse il Leone d’Argento alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Uno dei personaggi della storia, il monaco Toyo, pronuncia parole profonde ispirate alla memoria del maestro del tè: “Dalla morte del maestro Rikyu sei anni erano trascorsi, quando morì anche l’abate Kokei del tempio Daitoku. Con la loro scomparsa si chiude un’epoca. Erano i due pilastri del loro tempo; un tempo in cui l’arte del tè, per i Samurai, aveva ancora un significato. Ben presto quel significato si perse. Erano i tempi delle guerre civili. Assorti nella cerimonia del tè, i Samurai dimenticavano ogni cosa, prima di buttarsi nella mischia… Dove incontravano la morte”. La breve premessa del monaco Toyo pone in risalto lo stato d’animo, l’atmosfera sacralizzata che si respirava nel Giappone del 1500. Nella pellicola di Kulai Kei, inoltre, è contenuta una scena che sintetizza e rende manifesta in maniera efficace la missione, il pensiero e la vita di Rikyu. E’ notte. La notte che precede la battaglia. In un ambiente allestito all’aperto, illuminato dalla magica e guizzante luce delle torce, i guerrieri, a turno, bevono il tè dalla medesima tazza. Il primo di loro si rivolge al maestro: “Rikyu, ora che ho preso parte alla sua cerimonia, andrò a cuor sereno incontro alla morte”. Il maestro, con un lieve cenno del capo e il volto illuminato da un’espressione ieratica e serena al contempo, cosciente della sua responsabilità verso quei coraggiosi che egli prepara affinché siano pronti ad affrontare il loro destino di morte, risponde pacato: “Lei mi fa troppo onore”. Una sorta di iniziazione, di viatico volto a conferire dignità a chi si prepara ad attraversare il misterioso Lete, l’oscuro fiume dell’oltretomba. I guerrieri, consci di ciò che li attende, non perdono la loro forza interiore, non fuggono, e assieme al maestro celebrano con un atto ermetico carico di sacralità l’ignoto che li aspetta al varco. Un atto che suggella il patto con le dimensioni altre, con l’assoluto.
Tanaka Yoshirò:
il vero volto di Sen Rikyu
Tanaka Yoshirò, meglio conosciuto con il nome di Sen Rikyu, nasce a Sakai, città portuale della provincia di Izumi (nei dintorni dell’odierna Osaka), nel 1522. Ancora fanciullo inizia gli studi Zen al Nashu-ji di Sakai. Il suo nome viene menzionato per la prima volta in una annotazione del registro dell’Aguchi Shirne, dove nel 1535, a tredici anni, viene segnato come Maestro Yoshirò Sen. I primissimi rudimenti nello studio della Cerimonia del Tè, secondo i dettami dello stile Shoin, li riceve dal Maestro Kitamuki Dochin (1504-1562). Successivamente, con il Maestro Takeno-jo-o (1502-1555), apprende lo stile Soan praticando il rito del tè in base a tale insegnamento. A soli quindici anni, precisamente nel 1537, prende parte in qualità di cerimoniere alla sua prima Chanoyu (letteralmente, Acqua calda del tè). A diciotto anni è ribattezzato con il nome di Soeki dal monaco Dairin Soto, suo Maestro Zen. In seguito prosegue gli studi presso il Daitoku-ji, sotto la guida esperta dell’abate Kokei. La fama di Rikyù si accresce notevolmente anche grazie all’incontro con il Reggente militare Toyotomi Hideyoshi (1536-1598), il più grande condottiero della storia del Giappone medievale. Il loro sodalizio si protrarrà all’incirca per un decennio. Questo aureo periodo, denominato Momoyama (1568-1603), rappresenta per l’arte del tè il massimo splendore. Il Reggente Hideyoshi era un amante di questa cerimonia, o per meglio dire, un autentico fanatico, e se da una parte contribuì ad innalzare il potere e la fama di Rikyu, dall’altra ne decretò la rovina e il tragico epilogo… Sen Rikyu, in ogni caso, diviene il Maestro personale di Hideyoshi il quale, per mezzo dei suoi importanti successi militari, aveva ottenuto in premio terreni, rendite in riso, preziosissimi oggetti d’arte antichi e di inestimabile valore, e il permesso di servire il tè. Sen rinuncia agli agi e prosegue la sua ricerca volta a perseguire la realizzazione Zen nella sobrietà di un’umile capanna di paglia e due tatami. Questo impegnativo lavoro interiore apporterà dei cambiamenti significativi nell’arte del tè. La collaborazione del Maestro con il ceramista Chojiro, tra le altre cose, darà vita alla creazione delle celebri tazze nere e tazze rosse. Da notare il legame con le fasi alchimiche dette nigredo (opera al Nero) e rubedo (opera al Rosso). Le tazze in questione esprimono la sintesi del gusto e della cultura giapponese, non solo di quell’epoca, ma dei secoli a venire (quattro per l’esattezza) e ancora oggi sono attualissime. Le tazze racchiudono anche il concetto degli opposti Yin e Yang, maschile e femminile. La tecnica utilizzata per realizzarle era detta Raku. Grazie al rispetto che aveva creato attorno alla sua persona, Rikyu consolida ulteriormente la sua prestigiosa posizione. Il settimo giorno del settimo mese del 1585, all’interno del Kikumi-no Ma, la Stanza della Contemplazione dei Crisantemi del Kinri Gosho, un padiglione sito nel palazzo imperiale di Kioto, Toyotomi Hideyoshi offre il tè all’Imperatore Ogimachi in segno di gratitudine per la sua nomina a Kampaki (Reggente). Anche Rikyu partecipa a questo avvenimento, collocandosi in tal modo nella posizione di comando e di guida nel mondo del tè. In tale occasione, il Maestro riceve dall’Imperatore il nome buddhista con il quale è tuttora conosciuto Rikyu Koji Sakai Soeki, la cui traduzione letterale significa Uomo Secolare Che Penetrante Resta. Nel 1587, dopo una campagna militare nel Kyushu, una vasta isola situata a sud del Paese, Hideyoshi rientra trionfante e tramite un proclama annuncia alla nazione che il primo giorno del decimo mese dell’anno 1587, per dieci giorni, avrà luogo il più grande raduno legato al rito del tè. L’incontro, fissato nei boschi situati vicino al Kitano Shirne, nell’area centro-occidentale di Kioto, prevede la presenza di tutti gli estimatori di quest’arte senza esclusioni di rango. La riunione di Kitano rappresenta a livello d’immagine il massimo grado raggiunto dalla collaborazione tra Hideyoshi e Rikyu, ma nello stesso tempo evidenzia i contrasti sorti tra i due. Tali divergenze d’opinione sono rinvenibili nella diversa interpretazione del pensiero estetico e filosofico connesso con l’arte del tè. La cultura Wabi-Cha - sobria bellezza… che domina nella capanna del tè, negli oggetti usati per la cerimonia, nei gesti del Maestro mentre prepara il tè - che imponeva umiltà da parte del cerimoniere, non era gradita da Hideyoshi anche se apparteneva alla scuola di Rikyu. Il Reggente si sentiva a disagio nel seguire gli insegnamenti di quest’ultimo, infatti i canoni estetici del Maestro umiliavano e contrastavano con l’ostentazione del potere, i fasti e la ricchezza che rivestivano le cerimonie del Reggente. E non possiamo trascurare che Rikyu, a ragione, si considerava arbitro nel mondo del tè e secondo Hideyoshi si stava trasformando in un temibile avversario culturale. Non a caso, la visione di Rikyu era diametralmente opposta a quella del suo mecenate, e a riguardo così si esprimeva: “Si deve avere la più grande cura per soddisfare il vostro invitato, ma occorre che egli non se ne accorga”. E ancora: “Il tè non è niente altro che questo: far scaldare l’acqua, preparare il tè e berlo convenientemente”. Parole che dimostrano la preparazione tecnica e i lunghi anni di studi e di pratica di questo saggio che aveva riassunto in quattro parole lo spirito della cerimonia: Wa, Kei, Sei, Jaku. Wa significa pace, unità o armonia, ma anche ammorbidire o calmare; Kei rappresenta l’onore e la venerazione e indica anche un senso di distanza; Sei vuol dire purificare, oppure, ciò che non lascia traccia di sé è puro; Jaku, infine, è identificabile come, tranquillo, dolce, solitario e fermo. I dissapori che si erano originati fra il Reggente e il Maestro stavano degenerando, tanto che Hideyoshi adesso tentava di tenere a bada Rikyu, rimarcando rigidamente le gerarchie sociali che li dividevano. Nonostante l’importanza e il ruolo prezioso che il Maestro incarnava a corte, i rapporti con il vertice andavano sempre più deteriorandosi. Per questa ragione, accusato di lesa Maestà, viene confinato in esilio nella sua città natale Sakai, in attesa di nuove disposizioni. Qualche tempo dopo Rikyu riceve l’ordine dal sovrano di porre fine alla sua vita compiendo il suicidio rituale, il Seppuku. Il sommo cerimoniere accetta con grande dignità il fato e va incontro al suo destino in perfetta pace interiore, come i Samurai che erano pronti a morire dopo avere bevuto il suo tè. La condotta di questo iniziato rispecchia fedelmente lo spirito Zen che da sempre faceva parte della sua intima natura. Quando si approssima il giorno fissato per l’estremo sacrificio, Rikyu raccoglie attorno a sé gli amici più cari…
L’ultima Cerimonia
È l’ora… Gli ospiti si guardano intorno smarriti. Sulla parete, esposta nel Tokonoma della piccola stanza, è visibile un’antica calligrafia appartenuta a un vecchio monaco, simboleggiante la caducità del percorso terreno. Il Maestro serve il tè in silenzio. Ciascun invitato vuota la sua tazza. Poi, quando i presenti hanno espresso la loro ammirazione nei riguardi degli oggetti utilizzati nel corso della cerimonia, Rikyu li dona agli amici. Tiene per sé unicamente la propria tazza, che immediatamente viene ridotta in frantumi affinché, ormai segnata dalla sventura, non possa più toccare le labbra di nessuno e arrecare danno. Congedati gli invitati rimane solo con il più intimo e caro discepolo. Scopre l’abito bianco della morte che aveva indossato precedentemente, e osserva la corta lama del Wakizashi che scintilla come una fiamma davanti ai suoi occhi. Prima di togliersi la vita scrive sul coperchio della scatola del Chaire (scatola da tè), della quale si era servito durante la cerimonia, due poesie, una in cinese e l’altra in giapponese. Sono gli ultimi pensieri di un autentico Maestro del tè: “Jinsei shichiju / riki i ki totsu / waga kono hoken / sobutsu tomo ni korosu, (una vita di settant’anni / Che sarà mai! / Benedetta sia questa Spada / che uccide con me tutti i Buddha). Tutto questo accadeva la sera del ventottesimo giorno del secondo mese dell’anno diciannove, dell’era Tensho (1591), allo Juko-in, nel grande complesso del Daitoku-ji di Kioto. Rikyu visse il suo tempo nel rispetto della tradizione che gli era stata trasmessa uniformando il suo tè ai turbolenti eventi che lo videro protagonista, in armonia con l’immutabile legge del mutamento. Visse la sorte e le vicissitudini che i tempi imponevano seguendo l’incessante divenire del respiro dell’Universo. Trasmutò la morte nel momento più nobile della sua esistenza secondo le regole della dottrina Zen: “Qui e ora nella purezza dell’attimo”. La storia si ripete, ed è vecchia quanto il mondo. Quando individui superiori si scontrano con lo spettro dell’ignoranza vengono stritolati. È sicuramente vero che il Reggente era un uomo colto e raffinato, ma restava pur sempre un profano rispetto a Rikyu che, al contrario, era un vero iniziato. I profani, è noto, odiano ciò che non comprendono e avversano la diversità. Si beano nel loro piccolo orto fatto di realtà ristrette, create appositamente per le menti poco sviluppate. Ogni iniziato è al corrente di tale aberrante dinamica e saggiamente non sfida la corrente volgare, il demone dell’ignoranza, perché presto o tardi, quello stesso demone potrebbe annichilire senza pietà chiunque tenti di contrastarlo. Comunque, uno dei motivi che determinarono la tragica fine di Rikyu è che durante il rito non osservava lo stile canonico, che invece doveva essere rispettato, a corte, nei confronti di un uomo di rango quale Hideyoshi era. Ad ogni tè il Maestro lo preparava alla morte; giorno per giorno, una cerimonia dopo l’altra, insieme alla tazza da tè, porgeva al suo signore uno specchio simbolico che rifletteva l’immagine di un uomo ebbro di potere. Un individuo sottomesso all’attaccamento morboso per le cose materiali. Rikyu, con i suoi atti e attraverso il rito del tè, gli dimostrava quanto fosse illusoria la vanità delle cose terrene. Bisogna aggiungere che Hideyoshi covava dei rancori verso Rikyu anche perché si era rifiutato di offrire sua figlia Ogin come concubina. Era un personaggio scomodo ormai e la sua notorietà rischiava di porre in ombra l’immagine del Reggente. Anche questo aspetto ebbe il suo peso nella decisione di Hideyoshi.
Il Tè.
Una via di realizzazione spirituale
La Cerimonia del tè assume importanza e diviene una via di realizzazione spirituale soprattutto grazie agli Shogun del Clan Ashikaga, una potente famiglia dell’aristocrazia guerriera. Gli Shogun governarono per oltre 250 anni, fino alla metà del XVI secolo, e furono i predecessori di Rikyu. La famiglia del Clan Ashikaga favorì le arti: il teatro, la pittura, la poesia, la calligrafia e l’architettura. A loro si devono i complessi rituali del tè che studiarono e praticarono loro stessi. Inoltre, stilarono le prime regole da rispettare per i cerimoniali dell’offerta del tè agli ospiti. Riguardo al rito del tè è interessante notare che noi occidentali definiamo comunemente tè, una foglia variamente trattata da una pianta delle camelliacee, conosciuta ai nostri giorni con il nome di camellia sinensis, originaria della Cina. Fu introdotta in Giappone all’inizio del periodo Heian, da due messi della corte imperiale, i monaci buddhisti Saicho (767-822), fondatore del buddhismo giapponese Tendai, e Kukai (774-835), meglio conosciuto con il nome postumo di Kobo Daishi, fondatore del buddhismo giapponese Shingon. In principio il tè veniva preparato secondo la tradizione cinese della dinastia Tang (618-907), denominata Dancha, a beneficio di uno sparuto gruppo di nobili e di membri del clero. Le foglie venivano passate a vapore e battute con forza fino a formare una solida palla. In seguito, questa veniva introdotta in un bollitore con acqua molto calda, oppure raschiata allo scopo di ottenere la polvere per le infusioni. Il più antico trattato sulla coltivazione, sulla preparazione e l’uso del tè risale all’incirca al 758 e fu scritto dallo studioso e poeta Lu Yu. Il trattato composto da tre volumi e intitolato Chajing (Canone del tè), è rimasto nei secoli la summa della sapienza teistica. Nel periodo Kamakura l’interesse per il tè assume una prospettiva nuova grazie a un altro trattato dal titolo Preservare la salute bevendo il tè, del monaco Eisai (1141-1215), fondatore della setta Zen Rinzai, il cui titolo originale è Kissa yojoki. Eisai introduce in Giappone la pratica in uso nei monasteri Chan (monasteri Zen cinesi), di bere il tè in polvere. In Cina invece, sotto la dinastia Sung, il metodo per la preparazione e l’offerta del tè era codificato. Si dovevano usare solo oggetti di particolare valore e bellezza eseguendo un certo numero di gesti rituali. La bevanda era utilizzata nei monasteri zen giapponesi quale tonico per le lunghe sedute di meditazione. A queste si aggiungeva l’applicazione delle regole formali derivate dalle linee guida, indicate nei codici monastici dei templi cinesi. Tali codici faranno parte, in seguito, dei beni più preziosi importati in Giappone durante i frequenti pellegrinaggi dei monaci delle sette Zen, Soto e Rinzai. La Cerimonia del Tè, normalmente si svolge in un ambiente ristretto, sufficiente ad ospitare sei persone al massimo. Ogni dettaglio deve essere rispettato, ponendo particolare attenzione alle tazze e agli utensili necessari per preparare il tè. Tra questi, la palettina per il tè in bambù intagliato e con una curvatura snodata nel centro, la scopetta di bambù, formata da molte strisce sottili piegate come una spazzola e ancora, e non meno importante, il Chaire, il contenitore in ceramica per la polvere di tè occorrente per la preparazione del Koicha, il tè denso. E naturalmente le tazze. Tutto il resto è arte… Una volta un discepolo di Rikyu chiese al Maestro quali fossero le cose più importanti necessarie per svolgere la cerimonia nel modo adeguato. Rikyu elencò sette principi, così ovvi all’apparenza che l’allievo affermò di saper già fare tutte le cose elencate. Il Maestro rispose che se il suo discepolo fosse stato in grado di condurre una Cerimonia del Tè rispettando le sette regole, egli stesso sarebbe divenuto suo allievo. Lontano è il soave e illusorio canto delle Sirene, lontana l’era in cui il mondo delle cause interagiva con l’uomo e gli Dèi colloquiavano con i Vati. Lontano il tempo in cui Sen Rikyu officiava il rito del tè. Ora il suo spirito percorre la Grande Via del tè, assieme ai Maestri invisibili che, prima di lui, avevano anelato a raggiungere il respiro dell’Universo…
Stefano Mayorca
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