L’ARCANO SIMBOLISMO DELLA MORTE MISTERICA
LA DISCESA AGLI INFERI

Oltre la soglia dell’infinita regione dell’Assoluto, al di là delle porte del visibile, spingendosi nell’invisibile, si sostanzia la regione segreta e infera in cui si opera il passaggio, la liberazione, la morte rigenerante della matrice primigenia. Qui spazio e tempo cessano di esistere e la Luce è ancora lontana, mentre il buio impera sovrano e occlude lo sguardo alle oasi del fuoco cosmico nelle quali il Sole occulto-spirituale promana la sua energia radiante. Euridice, amata immortale di Orfeo, viene morsa da un serpente (materia vitale-sessuale) e muore. Proiettata nel limbo oscuro, giace sospesa tra corporeità e incorporeità. Orfeo scende negli inferi con lo scopo di sottrarla alla morte eterna, ma non riesce nel suo intento. Euridice rimane fuori dal tempo in un non tempo limbico. Ecco il simbolo della morte celato nel racconto mitico, ecco il serpente che incarna le energie sessuali terrigene o telluriche nascoste nel sottosuolo, allusione al dominio di queste da parte dell’iniziato. Chi non le controlla, infatti, soccombe e ne viene annichilito. Le forze sessuali sono il primo elemento connesso con la Piccola Morte che si manifesta ogni qual volta si raggiunge l’orgasmo. La fusione con il principio femmineo (Euridice) provoca una morte momentanea, il distacco dalla realtà che immette in una realtà separata. La sospensione delle funzioni coscienti è una sospensione delle funzioni vitali. Orfeo, padrone del suono, affabulatore, non riesce a incantare le forze che sottendono al disfacimento attraverso il passaggio a uno stato vitale differente. Non riesce a strappare Euridice all’ombra, unicamente perché la sua azione è veicolata dal desiderio, non dalla volontà e il desiderio - si sa - uccide l’atto volitivo. La discesa alle regioni dell’Ade è il primo passo verso l’iniziazione completa, come appare chiaro nella testimonianza di un grande iniziato ai Misteri, Dante Alighieri, Fedele d’Amore che nella Divina Commedia, opera somma dalle valenze iniziatiche, ha raccontato la sua calata nei regni oscuri che precedono la rinascita. Il rito ermetico è allo stesso modo un decesso: il mago muore alla vita ordinaria nel corso del rituale e rinasce in dimensioni atemporali e astrali per tutta la durata della cerimonia. Poi muore nuovamente e rinasce ancora una volta alla vita consueta del quotidiano profanizzante. Non vi affannate a ricercare questi concetti nei libri poiché essi sono parte dell’esperienza di chi scrive. Il mago opera e sale nelle dimensioni elevate, ma prima deve discendere nelle sfere sotterranee, luoghi in cui l’accesso alla luce è negato. Il buio, la vagina primoridiale, incuba le forze magiche dell’ermetista che si prepara in tal modo a ritornare in superficie rinnovato, mondato, risorto. Questa l’allegoria della resurrezione cristica e di quella mitraica. Tre giorni dopo la morte avviene la rigenerazione e tre sono i corpi dell’uomo: corporeo, animico, spirituale. Esiste anche un quarto elemento, il Mediatore Plastico, che funge da ponte (Pontifex, tramite fra il Cielo e la Terra). Il Mediatore o Corpo Lunare sale e scende, questa la simbologia della celebre Scala sognata da Giuseppe. Scende nelle regioni basse (Astrale Inferiore) e ascende alle regioni divine (Astrale Superiore): “Quod Inferius est…”, con queste parole viene esposto uno dei postulati più importanti racchiusi nella Tavola di Smeraldo o Tavola Smaragdina del Tre volte Grande Hermes Trismegistus, Ermete Trismegisto che così si esprime: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare il miracolo della cosa una”. Il Mediatore Plastico dunque procede dal basso, dall’ombra, e monta verso la Luce unificando morte e vita, nero e bianco, giorno e notte, maschio e femmina. I tre corpi indicano anche la triade numerica-ermetica, la Trimurti indiana e induista, la Santa Trinità dei cristiani delle origini, valore numerico assoluto che l’esoterista Maurice Druon nella sua opera Le memorie di Zeus così descrive: Il Numero è il Verbo, ma non il suono; è l’onda e la luce, ma nessuno può vederlo; è ritmo e musica, ma nessuno può udirlo. Le sue variazioni non hanno limiti, eppure è immutabile. Ogni forma di vita è un riflesso particolare del Numero”.

 

Le Porte degli Inferi

 

Se ci avviciniamo alla cultualità funeraria delle antiche culture misteriche vediamo che il simbolismo legato alla penetrazione nelle zone oscure è ben espresso nelle tombe egizie, etrusche e romane, sotto forma di false porte scolpite, o semplicemente dipinte. In ogni caso è l’intima raffigurazione di un percorso che conduce nei regni inferi, la cui valenza primaria è riconducibile alla capacità da parte del defunto di uscire ancora una volta alla luce del giorno, processo trasmutativo che nei papiri egizi viene designato come il ritorno a casa. Il ritorno sottende al superamento delle prove e alla loro positiva espletazione. La medesima connotazione rituale è presente nel Foro Romano, nel luogo dove è ubicato il famoso Lapis Niger, al di sotto del quale si snoda un ambiente sotterraneo che veniva utilizzato nel corso delle cerimonie d’iniziazione e immetteva nella parte più nascosta che sorgeva sotto l’Urbe: la zona infera. Gli egizi, analogamente, contemplavano nell’iter iniziatico il soggiorno del neofita nei territori bui. Verso il crepuscolo l’iniziando veniva accompagnato nel mondo tenebrarum (tenebroso), la Terra di Osiride, costituita simbolicamente dalla cripta secretata del santuario ermetico e qui attendeva l’incontro con il Dio Verde, Osiride. Il verde era il colore della putrefazione e della morte con il quale veniva dipinto il simulacro del dio nella sua veste di signore dell’Oltretomba. Una volta giunto nella cavità sotterranea veniva fatto distendere in un sarcofago, e successivamente su di esso veniva calato il pesante coperchio. L’assenza di luce era totale, assoluta, e l’uomo doveva restare così per tre giorni (pensiamo al Cristo e all valenze iniziatiche della sua morte). Trascorso il tempo stabilito, dopo la perdita della vita intesa in senso simbolico – prova elettiva legata al mistero della morte e della resurrezione – egli, al pari della crisalide che racchiude la futura farfalla (anima), si trasmutava. I tre giorni di immobilità e buio servivano a fare insorgere la visione della sua totale trasformazione che si presentava a livello onirico. Solo al gran sacerdote il neo iniziato rivelava la sua esperienza. La soglia di Proserpina, come nel racconto iniziatico di Lucio Apuleio, l’Asino d’Oro, era superata. Nell’Asinus Aureus, Apuleio descrive le prove necessarie all’iniziazione isidea. Proserpina era la dea della notte e dell’Oltretomba e come Osiride apportava la rinascita. Senza l’ombra non vi sarebbe la luce, poiché questa procede dal buio. La vita scaturisce dal ventre della donna, zona oscura e misteriosa dove si sostanzia la costituzione dell’essere carneo. Il seme viene sotterrato nella terra oscura e germoglia alla luce. Le connotazioni negative che i profani riservano alla parte più bassa, tenebrosa dunque, sono dettate dalla non conoscenza dei meccanismi che sottendono al cambiamento, alla necessaria discesa nell’Ade. Quando chiudiamo gli occhi per penetrare nella zona astrale, alla stessa maniera passiamo da una condizione di chiaritudine a una di completa cecità. Ma poco dopo, una fievole luce si fa strada nell’ombra, una luminescenza verdina fluorescente che gradualmente assume toni blu elettrico di forte intensità che si presentano come vortici spiraliformi.

 

Il simbolismo ctonio della Grande Madre

 

La simbologia dell’infero è riconducibile anche all’antico culto della Grande Madre che veniva officiato in luoghi privi di luce: caverne, anfratti naturali e altre cavità sotterranee. In esso rinveniamo la connotazione acquea collegata con la gestazione e le acque placentali, e in effetti nei pertugi oscuri in cui si tenevano i riti segreti scorrevano fiumiciattoli o vene acquifere poste al di sotto delle rocce e delle pareti litiche delle grotte. L’immagine della Dea Madre, archetipo di prolifica fecondità, veniva rappresentata con un bimbo in braccio (pensiamo a Maria e a Gesù Bambino). Innumerevoli i nomi e le forme di tali deità femminee raffigurate sempre nell’atto di accudire un fanciullo: Iside che si prende cura di Horus o Arporcrate, Histar, la dea etrusca conosciuta con il nome di Bonadea, Ida, incarnazione della Madre Celeste venerata a Cipro, le Veneri Genitrici, la Eirene greca e Cibele, la Grande Madre dell’antica Roma, la cui ritualità era espletata mediante un simulacro costituito da una pietra nera di origine meteoritica. I resti del santuario a lei dedicato sono ancora visibili sotto le fondamenta della Basilica di Santa Maria Maggiore, all’Esquilino. Come sempre, la Chiesa si è appropriata del culto di Cibele inglobandolo in quello dedicato alla Vergine Maria, così come è avvenuto per altre divinità femminili pagane. Il culto della Grande Madre è presente anche nel corpus rituario delle Vergini Nere simboleggianti la Terra, la fecondità e la deità madre. Nel Cantico dei Cantici, opera dai contorni esoterici attribuita al leggendario re Salomone, si legge: “Io sono nera ma sono bella, figlia di Gerusalemme”. Versi che alludono in qualche maniera al mistero del femminino sotterraneo della Madre Suprema, archetipo senza tempo della donna – vergine generatrice. Le famose Vergini Nere, venerate dai cristiani, in realtà appartengono alla cultualità pagana e sono correlate alle antiche iniziazioni, alla discesa nei meandri sotterranei delle regioni infere. Si tratta di figure scolpite nella pietra o intagliate nell’ebano, legno dal colore nero per eccellenza. Numerosi i nomi di queste donne archetipali: Nostra Signora di Betèlen, la Vergine Morena di Tènèrife, Notre-Dame di Guadalupe (la dea che ha sostitutito il dio nero Tezcatilopa). Le Vergini Nere racchiudono valenze occulte che risalgono a tempi remoti, quando erano al centro di pratiche connesse con la fecondità, la fertilità e l’abbondanza. Queste dee della Terra, fulcro di una ritualità secretata, esprimono un simbolismo alchimico profondo che va oltre l’aspetto della Nigredo, la putrefazione della materia vile, la morte allegorica. La celebre Vergine di Daurade (Tolosa), conosciuta con il nome di Nostra Signora, ci interessa particolarmente. La divinità in questione originariamente era stata collocata in un lago sacro confermando in tal modo le sue valenze terrigene-acquee e lunari. Le acque del lago simboleggiano anche in questo caso il liquido amniotico. La Vergine di Daurade fu ripescata nel 109 a.C. per ordine di un console romano stanziato assieme alle sue truppe in quella regione, e successivamente posta in un tempio dedicato a Pallade edificato in quell’area. Nel 415 d.C. fu cristianizzata assumendo il nome di Gallia Placidia, figlia del re dei Visigoti Teodosio il Grande. Riguardo alla ritualità associata alle Vergini Nere è interessante sapere che il culto della Vergine er ben noto ai Druidi, i sacerdoti e sapienti delle genti celtiche che lo officiavano in cavità naturali e profonde. Sopra il luogo di potere dove venivano espletati i rituali druidici sorge la magnifica cattedrale di Chartres, e nella cripta sotterranea dell’edificio sacro è conservato il simulacro della Vergine Nera Druidica, Nostra Signora di Sottoterra. Le Madonne Nere deificavano il culto di Iside, la dea-vergine egizia simboleggiante Kemè, la terra nera dopo le piene del Nilo che le fornisce nutrimento (chiaro riferimento ai processi alchimici). Cibele, dea semita confluita nella cultualità greca e romana, da noi già menzionata, rappresentava la Terra-Madre feconda, Grande Madre degli dèi, protettrice delle fonti e delle sorgenti.

 

Il fiume dell’Oltretomba

 

La discesa iniziatica verso gli Inferi prevedeva anche il bagno rituale nelle acque sotterranee del Lete, il mitico fiume infernale. La sua esistenza è testimoniata da Strabone, Lucano, Plinio, Tolomeo e altri autori dell’antichità i quali affermavano che il leggendario corso d’acqua era ubicato nella Cirenaica, e vi si accedeva oltrepassando la soglia che immetteva nell’Oltretomba. Il Lethon, che accoglieva le anime dei defunti, dunque non è solo una creazione mitica ma trova riscontro nella realtà. Le sue acque sotterranee scorrerebbero in una grotta situata nelle regioni di Giocc el Kebir (Cirenaica), nei pressi di Bengasi. Del Lete parla anche lo scrittore Pseudo Scilace, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., il quale afferma in un suo scritto che il fiume infero, l’Ekkeios, bagnava uno splendido giardino, il Giardino delle Ninfe Esperidi. Strabone conferma il racconto di Scilace e nella sua Geografia pone questo fiume nel paese dei Libi Esperidi: “V’è un promontorio sul quale è costruita Berenice, lungo la palude Tritonide, nella quale scorgesi un’isoletta sulla quale sorge il tempio di Afrodite. V’è anche la laguna delle Esperidi ed in essa vi si getta il fiume Lethon”. Le acque di sotto hanno sempre rivestito enorme valore simbolico e per alcune civiltà del passato rappresentavano la via di passaggio verso l’altra dimensione. I Sumeri, per esempio, erano convinti che gli spiriti dei defunti scendessero nel Kur (l’Ade), dopo avere passato il Fiume Divoratore dell’Uomo accompagnati dall’uomo della barca. Per questa ragione le città sumeriche erano fornite di porte simboliche (da noi già menzionate) che introducevano nel grande fiume, specchio dei mondi dimensionali. Gli accessi virtuali dei Sumeri erano simili a quelli costruiti dagli Etruschi nei loro templi dedicati agli Inferi. Questi Mundus sumerici rappresentavano il passaggio, il punto di contatto tra la dimensione terrena e quella soprannaturale. Lo Stige, di matrice greco-latina, analogamente al Lete e al Kur è un fiume infero che Dante nella Divina Commedia trasforma nella palude in cui vengono puniti gli iracondi. Tornando al Lete, il fiume che dispensa l’oblio, è importante sottolineare che esiste una controparte che al contrario dona il ricordo della vita precedente. Si tratta del lago Mnemosune. Nei due elementi acquei si nasconde il simbolo della duplice fase di passaggio tra la morte e la rinascita. Questa credenza è legata anche ai riti misterici, e riflette una concezione antichissima esternata dalle civiltà del passato, secondo le quali vivere voleva dire morire e viceversa. I culti misterici di Eleusi, in Grecia, contemplavano la medesima concezione iniziatica e da questa terra si erano diffusi per tutto il mondo conosciuto, confluendo persino nel pensiero gnostico e nelle credenze catare del 1200. In base alla mitologia greca, le sorgenti del Lete e del Mnemosune si trovavano in Boezia e presso queste era sita la dimora delle Cariti, le tre figlie del Lete riconducibili alle Muse Mneiai (nome che al plurale diviene Mnemosine, ossia memoria). Tali metafore occulte rimandano alla leggenda legata ad oblio e memoria, e coincidono perfettamente con la topografia cirenaica descritta da Tolomeo. Non a caso la regione in cui nasce questo mito arcano era connessa con delle particolari sostanze psicotrope ben conosciute dagli arabi sahariani: l’Afelele o Giusquiamo, una pianta dagli effetti allucinogeni terrificanti. La foglia verde e carnosa dell’Afelele produce già in minime quantità allucinazioni spaventose e nulla vieta che venisse utilizzata nei rituali misterici. A tale riguardo Aristotile diceva: “Gli iniziati dovevano subire un’emozione ed essere in un certo stato (…) subendo una folgorazione”. Il luogo dove si svolgevano i riti di iniziazione potrebbe essere proprio Giocc el Kebir, la grotta del Lete. Qui si sostanziava la rivelazione indotta mediante sostanze allucinogene, che conduceva verso le regioni infere dove gli iniziandi discendevano per poi risalire nuovamente rinati, mondati, trasmutati. Tolomeo, nella sua opera di geografia (Libro IV), parla per due volte dei fiumi dell’Oblio: il Lethon e il Gyr. Quest’ultimo, misterioso corso d’acqua che si aggiunge agli altri specchi d’acqua inferi, congiungeva il monte Usargala con la valle dei Garamanti (l’odierna Fezzan). Il Gyr era un fiume fantasma e veniva assorbito dalla terra formando la palude Nubia. Questo corso d’acqua sotterraneo è stato identificato nell’Oued Tafasasset, che attraversa l’erg Admer giungendo fino all’oasi di Djanet nei pressi del pozzo di In Afeleleh, il cui nome indica il fiore della follia, l’Afefele, che cresceva da quelle parti. C’è da chiedersi se la discesa agli inferi non sia rischiosa e non porti in contatto con le forze arcontiche distruttrici. Un rischio effettivamente esiste, ma riguarda coloro che non sono pronti, stabili e centrati sulla loro essenza Solare. L’iniziato che possiede le caratteristiche marziali non verrà mai risucchiato dalle energie telluriche e terrigene degli arconti, ma dominerà queste correnti e salirà in alto, verso la Luce, testimone di un evento unico e irripetibile. Vinti gli spiriti demiurgici nascerà a nuova vita e nonostante cercheranno di fagocitarlo egli combatterà fino all’ultimo. Il debole invece soccomberà e la sua discesa nelle regioni infernali sarà permanente, dolorosa, distruttiva. Una volta riemerso dal buio di sotto non riuscirà più ad abituarsi alla luminosità, le tenebre interiori lo divoreranno, lo accecheranno e gli arconti invaderanno la sua mente dissolvendo il principio animico. Tuttavia la zona oscura non è negativa di per sé, eppure può trasformarsi in qualcosa di tenebroso se in noi non arde la fiaccola della conoscenza che tutto rischiara, debellando con il suo fuoco generatore ogni barlume di malvagità, di nero dominio. Anche il Cristo è disceso nel baratro infero, tanto è vero che secondo una leggenda, vicino al Golgota, esisterebbe una roccia sulla quale spicca una profonda fenditura. La ferita nella pietra pare sia stata prodotta dal Cristo, causata dalla sua discesa negli Inferi, nel tempo intercorso dalla sua morte, il venerdì, sino alla sua resurrezione. Del resto Dante così prosava: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita”. L’allusione agli inferi è chiara, e l’immagine della diritta via si riferisce proprio all’interrompersi del sentiero diritto, in favore di una strada verticale, in discesa. E ancora: “Ah quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura”. I versi, con grande efficacia, descrivono la paura che assale l’iniziato allorché si cala nelle viscere dell’Averno, nel cuore stesso della lunga notte dell’anima. Dentro ogni uomo esiste la Luce e l’ombra, la tenebra e la sfavillante luminescenza del Sole germinativo. Salvatore Quasimodo scriveva: “Ognuno sta solo sul cuor della Terra/ trafitto da un raggio di Sole:/ ed è subito sera”. La condizione di buio è antica come il mondo, ma la scintilla divina, solare, aurea è in noi e finché brucerà divinamente, gli arconti non potranno ghermire la nostra anima e noi faremo del tutto per combattere la temibile negritudine.

Stefano Mayorca

Pubblicato su Hera 2009