La Via Sacra di Delfo e la Sibilla
il Santuario di Apollo
Delfo (o Delfi), è forse uno dei luoghi più interessanti e carichi di storia dell’antichità. Qui sorgeva il complesso sacrale connesso con il Santuario del dio solare Apollo, attraversato dalla Via Sacra e collocato sul versante meridionale del monte Parnaso (nella Folcide). Le vestigia, ancora oggi visibili, sprigionano un fascino arcano e ci parlano di un tempo lontano in cui gli Dèi facevano udire la loro voce agli uomini. Qui si trovava il celebre oracolo che per secoli fu venerato non soltanto dai Greci, ma anche da numerosi altri popoli. Diverse città greche se ne contesero il possesso, fino a quando non passò sotto il dominio dei Macedoni, in seguito degli Etoli e infine dei Romani. Tale contesa non riguardava solo l’aspetto religioso ma anche e soprattutto il lato politico. L’Oracolo venne soppresso nel 390 d.C. dall’Imperatore Teodosio, ma gli echi della sua forza e della leggendaria Sibilla che ne deteneva il potere ctonio-mantico sopravvissero per un lungo periodo, e tuttora l’interesse nei confronti del culto apollineo e dei suoi Misteri non si è spento. E proprio all’entrata del santuario era posta una scritta che più tardi diverrà famosa in ogni parte del Pianeta: “Gnothi Seautòn”, ovvero: “Conosci te stesso”, in riferimento alla vera natura “divina” dell’essere umano, specialmente dell’iniziato che, come il saggio Diogene, cercava l’ ”Uomo” . Metafora che allude al rinvenimento delle autentiche radici cosmico-divine, della scintilla “Creatrice”.
La Pizia o Sibilla
La Sibilla Delfica, figlia del celeberrimo indovino Tiresia (Lo stesso che apparve ad Ulisse, il quale disceso negli “Inferi”, lo aveva richiamato dal “Regno delle ombre”), fu consacrata e addestrata sacerdotessa-indovina nel tempio di Apollo (a Delfo), dagli Epigoni, nome attribuito ai figli dei sette eroi che avevano preso parte alla leggendaria guerra contro Tebe: Egialèo, Diomede, Tersàndro, Stènelo, Pròmaco, Acmèone, Eurialo. Si narra, che la veggente fosse stata la prima a portare il nome “Sibilla” a causa del furore sacro da cui era invasa. L’indovina era denominata anche Pitonessa, Pitia o Pizia, nome che deriva da Pitone, il mitico serpente legato alle correnti ed energie “terrigene”, provenienti dalla bocca di Gea (la Terra). Questo serpente mostruoso, secondo il racconto mitologico, venne scatenato contro Latona dalla gelosia vendicativa di Era (quando la Dea apprese della nuova infedeltà di Zeus con Latona appunto).Il terribile rettile inseguì l’amante di Zeus senza concederle tregua, fino a che essa si rifugiò nell’isola ondeggiante e instabile di Dèlo. Poseidone, impietosito, rese salda e stabile l’isola e Latona, che era incinta, partorì Apollo e Artemide. Apollo, appena venuto alla luce, scoccò una delle sue micidiali frecce e uccise Pitone. Per questa sua prima impresa fu soprannominato Pizio, di qui il nome Pizia. Dietro le allegorie mitologiche, naturalmente, sono racchiusi ben altri significati. E’ interessante notare che la figura del serpente Pitone, va posta in relazione tra l’altro, con la ghiandola endocrina conosciuta come Pituitaria, situata alla base del cranio e con l’energia ignea Kundalini, raffigurata come una serpe ravvolta, dormiente alla base della spina dorsale. Per questa ragione, la Sibilla era detta anche Pitonessa.
Delfo: uno strano fenomeno naturale
Come sappiamo, gli antichi non edificavano i loro templi in maniera casuale, ma tenendo conto di particolari correnti telluriche-vibrazionali, come nel caso della struttura megalitica di Stone Henge, del santuario druidico di Moint Saint Michel e di altri complessi sacrali.Non dimentichiamo a tale proposito, che la splendida cattedrale di Chartres (Francia) sorge sulle rovine di un tempio celtico-romano. Il piccolo poggio su cui si eleva è stato circondato da una galleria sotterranea che mantiene concentrate le vibrazioni del sottosuolo. Non è tutto, la struttura muraria sovrastante, sembra essere esposta all’influenza di radiazioni cosmiche particolarmente intense. Ciò permette al fedele che entra in chiesa di collocarsi nel punto energetico ideale di congiunzione tra Cielo e Terra. Non meno degno di nota a Chartres, un pozzo celtico di età indeterminata profondo una trentina di metri. Questo pozzo è alimentato da una sorgente sotterranea che in base ad alcune ricerche, contribuisce ad amplificare le vibrazioni telluriche di cui abbiamo parlato. In effetti, i Celti glorificavano a livello cultuale le acque (per le loro energie nascoste), le foreste e le pietre. In questo modo entravano in contatto con lo “Spirito della Terra”. In maniera analoga, a Delfo, era presente una cavità nascosta (collocata nella parte più riposta del tempio), dalla quale fuoriuscivano dei vapori gassosi capaci di innescare un processo di alterazione della coscienza, una sorta di trance lucida. In questo anfratto da cui esalava il gas, si trovava la Pizia, la profetessa. Tuttavia, è importante chiarire che il gas, da solo, non bastava per rendere efficace il responso della Sibilla, come molti inesperti sostengono. La particolare costituzione animica della “veggente”, l’addestramento e una sensibilità fuori dalla norma, giocavano un ruolo preponderante nell’ambito delle “predizioni”. Il gas e le sue peculiari qualità, semmai, facilitavano l’esternarsi di una capacità naturale già esistente, esaltandola.
Il culto Apollineo: il mistero solstiziale
Il Sole immortale nasce, feconda e dissipa il buio. La sua forza vitale conferisce rigenerazione e rinascita. Il simbolismo dei solstizi si fonde con i miti solari e stranamente non coincide con il carattere generale delle stagioni corrispondenti. Anche in questo caso sono presenti all’interno di queste manifestazioni due aspetti opposti, luminosi e oscuri. Il solstizio d’inverno, infatti, apre la fase ascendente del ciclo annuale, il solstizio d’estate, invece, apre la fase discendente. Di qui il simbolismo greco-latino delle porte solstiziali, rappresentato dalle due facce di Giano e successivamente dai due San Giovanni, invernale ed estivo. Appare chiaro, da questo punto di vista, che la porta invernale introduce alla fase luminosa del ciclo e la porta estiva alla fase oscura. Non bisogna sottovalutare a riguardo, che la nascita di Cristo si determina nel solstizio d’inverno e quella del Battista durante il solstizio d’estate, come recita la formula evangelica: “Bisogna che egli cresca e io decada” (Giovanni, 3, 30). Nella simbolica cinese il solstizio d’estate corrisponde al trigramma li, al fuoco, al Sole, alla testa. Il solstizio d’inverno, viceversa, è legato al trigramma K’an, all’acqua, all’abisso, ai piedi. Il primo è l’origine della decadenza del principio Yang, il secondo l’origine della sua crescita. Nell’alchimia interna la corrente di energia sale da K’an a li, discende da li a K’an. Si dice anche che la linea Yang del trigramma K’an tende a spostarsi verso il trigramma ch’ien che configura il puro Yang, la perfezione attiva. Mentre, a sua volta, la linea Yin di li tenda verso K’un, il puro Yin, la perfezione passiva. Nel primo caso si tratta di un movimento ascendente, nel secondo di un movimento discendente. In altri ambiti, il solstizio d’inverno è connesso con il regno dei morti e segna la loro rinascita. L’Oltretomba in questo caso è associato alla gestazione, al parto, allude al tempo favorevole per il concepimento. In modo analogo, nella tradizione indù, il solstizio invernale apre la devàyana, la via degli dèi, e il solstizio estivo la pitri-yana, la via degli antenati, corrispondenti alle porte degli dèi e degli uomini del simbolismo pitagorico. Anche nell’iconografia cristiana il solstizio incorpora interessanti funzioni. Il solstizio d’estate (24 giugno) segna l’apogeo del corso solare: il Sole è allo Zenith, nel punto più alto del cielo. Questo giorno è stato scelto per celebrare la festa del Sole. Poiché il Cristo è paragonato al Sole, viene rappresentato dal Cancro solstiziale. Di qui deriva tutto il simbolismo del Cristo governatore del tempo. Tutte queste considerazioni si raccordano al mito di Apollo, e interagiscono con il simbolismo espresso dal Santuario di Delfo e dalla Sibilla. Apollo, è da considerarsi uno degli dèi più importanti dell’Olimpo greco, quasi quanto lo stesso Zeus. Il mito di questo dio solare è intimamente legato a quello di Artemide, che nonostante le differenze costituite dal sesso mostrava un carattere parallelo al suo. Entrambe le divinità risultano distaccate e inavvicinabili, promanando un che di misterioso, capace di incutere un timoroso rispetto. Tutte e due prediligevano l’arco, e le loro frecce, lanciate da lontano, avevano la caratteristica di conferire una morte dolce, senza sofferenze. Uno dei nomi coniati dai poeti per questa divinità di luce era: Lungisatettante, che ben calza al dio solare. Si narra nella leggenda che parla del dio, che Apollo e Artemide per una metà dell’anno si ritirassero nel favoloso e remoto paese degli Iperborei (la cosiddetta apodemia o migrazione), dove abitava un popolo sacro che non conosceva né malattia né vecchiaia, né fatiche né lotte. Da questo luogo incantato, sul suo carro tirato da cigni, Apollo ritornava a Delfo, in concomitanza con la stagione degli usignoli, delle rondini e delle cicale. Nella spiegazione di questo mito rinveniamo il la ciclicità che sottende al ritorno e al passare dell’estate, ponendo in rilievo quel senso di “lontananza”, propria ad Apollo. Il dio di luce incarna l’autocontrollo, l’autoconoscenza, l’equilibrio interno e la misura (“Conosci te stesso”). E’ dunque colui che concede la purificazione, l’espiazione che segue al male perpetrato volontariamente o involontariamente. Egli è il dio risanatore e guaritore, che cura tanto le malattie di ordine fisico, quanto gli squilibri interiori e i disordini psichici. In veste profetica si esprime raramente e quanto ciò accade parla per interposta persona, per esempio servendosi di veggenti come Calcante, Cassandra e naturalmente le Pitonesse. Dio della musica -espressione più pura dell’ordine armonioso- Apollo allietava i banchetti degli dèi suonando la sua divina lira. Capo delle Muse (o Musagete), era in grado, con le sue melodie, di far dimenticare agli uomini le fatiche quotidiane. Esiodo descrivendo il dio aureato così scriveva: “Dalle Muse e da Apollo lungisaettante discendono tutti i cantori e citaristi”. Apollo veniva raffigurato sotto l’aspetto di un bellissimo giovane nudo, oppure con il busto coperto da una clamide. Le sue raffigurazioni non lo ritraggono mai seduto, perché stanchezza e pigrizia sono aspetti lontani dal suo essere divino. I Romani lo veneravano sotto le spoglie di Esculapio (nel mito figlio di Apollo) dio della Medicina. A Roma, dunque, veniva considerato protettore della salute, ma anche dio della divinazione, arte per la quale il popolo romano mostrava una certa predilezione. Il culto apollineo giunse a Roma presumibilmente attorno al 500 a.C. E nel 212 a.C. vennero instituiti in suo onore i giochi detti Ludi Apollinares. Tra gli altri epiteti che riguardano il dio solare, troviamo: Febo, Abreo, Abroto, Agieo, Cinzio, Delio, Licio, Parnopio, Smintèo, Targello. Le connessioni con Apollo sono palesi e vanno ricondotte all’astro diurno quale dispensatore di vita e fecondità. Il Santuario di Delfo, dunque, era il luogo sovrano dove la Luce, sorgente vitale, si manifestava copiosamente, apportando salute e calore. La Sibilla, ancella e sacerdotessa, Pitonessa e Pizia, Profetessa e veggente, parlava per bocca del dio, l’Aureo Apollo, consegnando dal mondo sacrale del santuario responsi e vaticinii a coloro che cercavano risposte. Nel silenzio del pertugio divino, assorta tra gli incensi sacri, la Sibilla si estraniava per entrare nel mondo delle cause.
Stefano Mayorca
Pubblicato sul Giornale dei Misteri, agosto 2011